NON E’ LA RAIDEN #11: SPECIALE E.T.

Uè Animali! Un telefonico Cummenda vi telecomunica le gioie e i dolori di Atari attraverso la hot line del centralino 1982, annus mirabilis et horribilis dell’universo videoludico. Nell’anno del mundialito l’astro di Atari era al culmine della sua evoluzione stellare, trasformato ormai in una supergigante alimentata dalla fusione termonucleare del suo fatturato record di 5 miliardi di dollari. Con questi numeri astronomici l’universo videoludico era pronto a trasformarsi definitivamente in un sistema Ataricentrico grazie all’irresistibile attrazione gravitazionale del VCS 2600, generata dalla presenza di un parco titoli cosmico irrigato dalle scie chimiche delle astronavi di Space Invaders e Defender. L’avvento della nuova era venne annunciato da un gruppo di araldi della musica che sfoggiavano un’abbronzatura cromata identica a quella dell’altro celebre araldo della distruzione Silver Surfer, anticipatore della venuta del Divoratore di Mondi Galactus.

Cromati come i cerchioni dell’Alfetta Turbo.

Nobody doubt the space invaders’ a great big success”: questa la dichiarazione dei Rockets che, sfoggiando le loro sacre armature di carta stagnola, glorificavano i successi della nuova generazione videoludica accvompagnati dalle note bitelloniche di Future Game, il tutto pochi mesi prima di quel Natale ’82 che avrebbe regalato al mondo la nascita del Bambin Gesù Alieno scelto da Atari per fare il botto e festeggiare la conquista definitiva del monopolio videoludico. Il botto ci fu, ma risuonò come una sberla di Trinità sulla faccia dell’allora Megapresidente Atari Ray Kassar, vittima delle sue manie di onnipotenza che fecero implodere la stessa Atari come una Supernova innescata proprio dal protagonista del videogioco passato alla storia come “il peggiore di tutti i tempi”: E.T., l’extraterrestre. Ma fu tutta colpa delle costosissime interurbane dell’alieno dalla forma gnomica? In questo mese dedicato ai tie-in riapriamo il processo al più infame rappresentante di questa categoria riesumando i resti delle milioni di cartucce di E.T. sepolte nel deserto e, dall’alto del seggiolone che fu del compianto e implacabile Giudice Santi Licheri, emettiamo la nostra sentenza contro la Trinità Atari, responsabile del più clamoroso Game Over di tutti i tempi.

 

Sigla!

EXTRATERRESTRE PORTAMI VIA (IL FATTURATO). IL PADRE: RAY KASSAR

Prima di Atari vestivo i Paninari

Avete presente tutte le lamentele che gli animali proletari stanno scatenando contro la dirigenza Amazon, colpevole di aver piazzato precisissimi timer sulle spalle e il contagocce sull’urertra dei suoi dipendenti con lo scopo di calcolare ogni singolo minuto di assenza dal posto di lavoro, perso a causa di qualche squizzo di *plin-plin* di troppo finito fuori dalla tazza? Sappiate che se in quest’epoca la parola “sindacato” ha perso tutto il suo proletario e animalesco significato originale venendo solamente ricordata in associazione ai guaglioni di Pizza Syndacate dobbiamo dire grazie soprattutto a Ray Kassar: Dictator, Imperator, Zar di tutte le Ruspe e Führer del Secondo Reich Millenario di Atari per volontà divina della dirigenza Warner Bros., dal 1978 nuova proprietaria indiscussa dopo l’acquisto del marchio Atari dalle mani stupefacenti del geniale e fumatissimo fondatore Nolan Bushnell. Non appena l’Autocrate Kassar posò il suo ricchissimo retrotreno sul Trono di Joystick di Sunnyvale tutti i dipendenti, i programmatori e i game designer capirono che il tempo delle mele e dei funghi psichedelici era ormai arrivato al fatidico Game Over. Niente più centro asociale okkupato alla sede Atari, trasformata in un vero e proprio gulag videoludico dove i dipendenti erano costretti ad accedere alle aree di sviluppo esibendo criptici badge identificativi e tatuaggi sull’avambraccio con indicato il loro attuale record di Space Invaders. In questa ridente atmosfera, dove si respirava una salutare aria di cesaropapismo e totalitarismo, riuscì a distinguersi un giovane programmatore arrivato in Atari nel 1980 e scelto subito dal Generalissimo Kassar per convertire su VCS il successo arcade Star Castle: Howard Scott Warshaw.

Vogliamo ricordarlo così.

L’impresa non era affatto facile e per di più il diligente e creativo Warshaw voleva rendersi la vita ancora più difficile: in parte per sopperire ai limiti tecnici del VCS, in parte per alimentare il suo sfrenato egocentrismo creativo, Warshaw apportò alcune modifiche al progetto originale da sala giochi, ideando addirittura una storia a fumetti che raccontava il delirio fantascientifico di uno sciame di mosche che, salito casualmente su un’astronave interstellare e giunto nello spazio, mutava la sua forma in seguito a un incidente e alle sempre immancabili radiazioni che conferiscono grandi poteri e grandi responsabilità. Dalla mutazione nacque una vera e propria civiltà, che colonizzò pianeti e costruì armi per difendersi dagli alieni colonizzatori Quotile, esseri protetti da invalicabili scudi spaziali che le nostre mosche potevano distruggere a cannonate o sgranocchiare con le loro avide bocche. E qui si nota tutto l’irrefrenabile desiderio di Warshaw di fare carriera, perché il nome con cui battezzò questa sua creatura moschicida coincideva proprio con il nome del Megapresidente Ray Kassar, ma al contrario: Yar, che unito alla parola action per eccellenza “Revenge” completava il titolo della più grande operazione di rimjob nei confronti del proprio datore di lavoro che si sia mai vista su un videogioco: Yars’ Revenge.

Ma è così che si sopravvive nello spietato regime del Lider Maximo Kassar, imparando a degustare escrementi proprio come le mosche Yar e usando la propria lingua come carta igenica per le ignobili terga del Signore Supremo dei Sith Atari. Warshaw trovò anche il tempo di soddisfare il suo desiderio di narcisismo inserendo un easter egg dove comparivano le sue iniziali HSW, un piccolo tributo autoreferenziale che firmò uno dei più grandi successi di Atari, con un milione di copie vendute che si aggiungevano ai 375 milioni di dollari entrati nelle casse della compagnia nel 1981, trasformandola nella società americana con la più rapida crescita economica di sempre. Numeri da far diventar strabiche le mosche.

Fare dell’autoerotismo con un acronimo.

Questi grandi passi sul sentiero che conduce alla conquista del Dominio Economico spinsero il Pontefice Kassar a stringere alleanze con un altro grande settore: il cinema. Se i grandi film di Steven Spielberg e George Lucas avevano così tanto successo allora si dovevano fare dei giochi ispirati ai titoloni di Hollywood. Nasce così il primo tie-in di sempre, Raiders of the Lost Ark, sviluppato sempre dal paraculissimo Warshaw con la benedizione di Kaiser Kassar e di tutta la massoneria Warner. Il risultato fu un gioco non certo entusiasmante ma di grande successo grazie all’endorsement cinematografico e a un ispiratissimo Warshaw che sviluppò il gioco presentandosi al lavoro vestito come Indiana Jones, con tanto di fedora e frusta.

 

La formula del Padrino Kassar e della Warner era ormai collaudata e poco importava se i migliori sviluppatori di Atari scelsero di lasciare la compagnia per sviluppare individualmente i loro titoli sotto il marchio di Activision. Il prossimo testimonial di Atari arrivava dallo spazio alla ricerca di una cabina telefonica SIP dove sperperare i suoi gettoni, siamo nella metà del 1982 e al cinema atterra l’astronave di E.T.!

Sconsigli per gli acquisti!

 

E.T. TELEFONO KASSAR. IL FIGLIO: E.T.

 

Non si badò a spese: Atari ricoprì d’oro sia la Universal che Spielberg pur  di accaparrarsi i diritti di sfruttamento di E.T., accordandosi sulla cifra record di 25 milioni di dollari. Lo sviluppatore scelto da Sua Eminenza Kassar fu proprio Howard Scott Warshaw, al quale vennero promessi 200 mila dollari e una vacanza alle Hawaii se fosse riuscito a programmare E.T. in sole 5 settimane. Il gioco infatti doveva assolutamente uscire entro natale per cavalcare il successo della pellicola. Warshaw solitamente aveva sempre impiegato non meno di 5 mesi per completare i suoi titoli di successo, ma il desiderio di compiacere il Megadirettore Kassar e di accaparrarsi una vacanza a Honolulu con Mago Merlino lo convinsero ad accettare una sfida che somigliava più a una prova di stregoneria che a un vero e proprio progetto di game design. Riuscì il nostro Mago Otelma dei videogiochi a tirar fuori l’alieno dal cappello? Scopriamolo insieme in questa alien autopsy della cartuccia di E.T.!

C’è poco da ridere, testa!

La prima schermata è un espediente per far emergere i sensi di colpa: di fronte al faccione amichevole di E.T. nessun bambino poteva anche lontanamente pensar male o addirittura provare ostilità verso il simpatico alieno che solo pochi mesi prima aveva fatto commuovere tutti al cinema e che ora ricompariva sul tubo catodico grazie al tanto desiderato regalo natalizio courtesy of Babbo Natale (e della tredicesima del Papi). Insomma, il gioco comincia ed è già circonvenzione d’incapace.

Houston, we have a problem…

E.T. atterra con la sua astronave fucsia e già non si capisce nulla di quello che dovremo fare. Fortunatamente il libretto di istruzioni ci aiuta a cavarcela in questo incontro ravvicinato del pessimo tipo, purtroppo non abbiamo il plastico di Brunone Vespa ma cercheremo di riassumervi ciò che compare sullo schermo con un piccolo diorama:

1-E.T.: il nostro sprite verde come il rigurgito, superdotato di uno sproporzionato collo allungabile e minidotato di un pistolino ben poco funzionale. Ve lo zoomiamo, per non lasciarvi con il dubbio impertinente sulla virtù ben poco apparente del piccolo E.T.

“Non sanno di averlo visto, ma l’hanno visto…”

2-Vitalità: si parte con 9999 e si scende lentamente verso lo zero dopo ogni singolo passo di E.T., correndo la vitalità cala più velocemente facendo del nostro scoordinato alieno un pessimo emulatore di Julian Ross, il campione della Mambo che a ogni tentativo di segnare il gol decisivo contro la New Team di Holly e Benji rischiava l’infarto. Ma non temete: se morirete sarà Elliot a riportarvi in vita per un massimo di tre volte, che diventeranno quattro se troverete il geranio appassito e lo concimierete con il letame che vi autoprodurrete come reazione spontanea dopo aver terminato questo gioco.

Dov’è la mia dose di Bogumil?

3-Contatore caramelle: il numero di caramelle che troverete durante il gioco. Ma cosa sono ste caramelle? Mettete giù gli ansiolitici, adesso ve lo diciamo.

4-Caramelle: Eccole, collezionatele per aggiungere colesterolo nel sangue di E.T. e restituirgli vitalità. In alternativa potrete conservarle fino alla fine del livello e guadagnare punti bonus consegnandole a Elliot. Mai accettare caramelle dagli sconosciuti, a meno che non arrivino da un’altra costellazione.

Festeggiamo con Mentos e Coca Cola!

5-Fosse: Un incubo, la voragine del Monte Fato in confronto è una buca sulla Salaria coperta male dai saltafossi dell’ANAS. Cadere è inevitabile, considerate che queste fosse hanno un’attrazione gravitazionale potentissima e invisibile che vi spingerà inevitabilmente oltre l’orizzonte degli eventi per farvi sparire sotto terra. Quasi tutte le fosse del gioco sono vuote, fatta eccezione per tre di queste dove troverete i pezzi del telefono SIP che permetteranno a E.T. di recitare la sua battuta preferita: “Telefooono caaasa”. Bravo bauscia, tornatene a casa maledetto  parassita sociale che qui ce l’abbiamo duro e domani è lavorativo.

P.E.T. Fatality

6-Zona azione: si potranno compiere diverse azioni durante il gioco come teletrasportarsi da una zona all’altra, chiamare Elliot o risalire dalle fosse allungando il collo e fluttuando. Sì, avete letto bene, non chiedeteci come sia possibile ma ricordatevi che nel film E.T. e Elliot volavano a bordo di una Graziella al chiaro di luna, quindi stacce.

Ocio al cratere!

7-Telefono: caaasa. Proprio lui, una sola chiamata come quella volta in cui vi hanno portato in caserma, da effettuarsi soltanto in un singolo punto non indicato sulla mappa. Roba da galera, appunto.

Rebibbia o San Vittore? Choose your destiny!

8-Cowntdown: “We’re heading for Venus” dicevano i cotonatissimi Europe nel loro capolavoro dedicato proprio all’argomento in questione. Non sappiamo dove se ne andrà E.T. (un suggerimento ce l’avremmo, ci siamo capiti) ma prima dello scadere del tempo cercate di trovarvi nel punto esatto in cui atterrerà l’astronave o dovrete rimanere sulla Terra e continuare a fare l’inquilino abusivo nel sottoscala di Elliot.

With so many light years to go, and things to be found!

9-Nemici: la vostra start up abusiva nel settore della telefonia sarà costantemente minacciata da agenti FBI alla ricerca delle componenti del vostro telefono clonato. Ocio però! Questi aguzzini da X-Files non saranno gli unici che tenteranno di impedire il vostro rimpatrio. Ci sono anche gli scienziati pazzi, che tenteranno di rapirvi e portarvi in una cella posta proprio sulla piazza cittadina. Alien abduction, ma al contrario.

TRUSTNO1

Warshaw trovò anche il tempo di inserire un divertente easter egg: dopo aver raccolto sette caramelle e aver chiamato consegnandole a Elliot è possibile avvicinarsi al geranio appassito e rivitalizzarlo trasformandolo nei protagonisti di Yars’ Revenge e Raiders of the Lost Ark. Faber Dixit: dal letame nascono i fior, le mosche aliene e Indiana Jones.

Calling Doctor Jones! Ah yippie yi yu, Ah yippie yi yeah!

 

In previsione del successo planetario Atari produsse 4 milioni di cartucce. Soddisfatti o rimborsati? Di quelle cartucce ne vennero rispedite indietro 3 milioni e mezzo, trasformando Atari in una vittima dell’ignobile crimine del diritto di recesso.

Fossa comune del Game Over.

 

“COULDN’T YOU DO SOMETHING MORE LIKE PACMAN?”.

LO SPIRITO INSANO: SPIELBERG

And the Oscar goes to…non questa volta caro Steven, perchè se c’è un vero e proprio responsabile di questa sotterrabile faccenda sei proprio tu e meriteresti un Razzie Award e la galera per aver assassinato Atari. Terminata la produzione infatti la cartuccia venne sottoposta all’attenzione di Spielberg che, con implacabile occhio registico, lo definì un ottimo gioco. Il dilettantismo di Spielberg nel giudicare un prodotto che di sicuro era al di fuori delle sue competenze convinse tutte le parti interessate a sborsare milionate di dollari, solo per assecondare il parere del nuovo profeta dei blockbuster.

Partners in crime

Certo, Spielberg aveva l’ultima parola sulla faccenda ma non è l’unico assassino di Atari: l’Innominato Ray Kassar è certamente colpevole di aver creduto di poter sostituire la creatività degli sviluppatori e le loro doti con milioni di dollari investiti su proprietà intellettuali cinematografiche dal comprovato successo, una catastrofe imprenditoriale basata solamente sul marketing senza alcuna sostanza in termini di qualità videoludica. Una Kassarata che costò all’Atari mezzo miliardo di dollari di fatturato e fece cadere Ray dalla comodissima poltrona del CEO. Al capitombolo si aggiunse anche un’accusa di inside trading per aver venduto delle azioni di Warner pochi giorni prima dell’uscita del disastroso bilancio, demolito dalla catastrofe E.T. e da una scarsissimo porting di Pac-Man commercializzato con scarso successo sempre in quel maledetto 1982. Ma che ne voleva saperne Kassar di videogiochi? Prima di arrivare in Atari produceva calzini per paninari con la sua Burlington e non aveva la benché minima idea di come si facesse un videogioco o di come farlo piacere ai fan. E’ proprio il caso di dirlo: ciucciati il calzino, Ray!

Al contrario i videogiochi erano una cosa che il povero Howard Scott Warshaw sapeva fare molto bene, e ci sentiamo di scagionarlo con l’attenuante di aver prodotto E.T. in poco più di un mese sedotto dalle lusinghe di Mefistofele Kassar, dai suggerimenti mendaci di Vermilinguo Spielberg e dal giustificatissimo desiderio di instaurare il Dominio Economico Videoludico. Warshaw finì la sua carriera di game designer propriò con E.T., dedicandosi successivamente agli investimenti immobiliari, al brokeraggio e infine alla sua attuale carriera di psicoterapeuta, portata avanti forse per risolvere i propri problemi mentali causati dall’incontro videoludico con quel deforme extraterrestre da lui abortito in quel dimenticabile natale 1982.

Raiders of the lost Atari

Ma che fine fecero le milioni di cartucce di E.T. vittime del “soddisfatti o rimborsati”? Scopritelo nel documentario Atari Game Over, dove dei coraggiosissimi archeologi videoludici cercano le cartucce perdute di E.T. sepolte nella più grande discarica degli Stati Uniti! E non dimenticate di ascoltarvi anche la telenovela “Orgoglio, pregiudizio e Atari” messa in scena dai nostri compagni di merende “i Cugini del Terribile“! Per telefonare ai cugini cliccate qui sotto sul gettone (del valore di 100 lire).

Prima di riattaccare vi salutiamo con la reclame telefonica con protagonista E.T., per ricordarvi che vincere sfruttando i tie-in e le ruffianate può sembrare cosa easy, ma è anche facile scivolare e cadere nella fossa dei paraculi trascinando giù per il greppo anche i più solidi e inamovibili monopoli, come quelli di Atari…e di SIP.

“See you later!”

 

2 pensieri su “NON E’ LA RAIDEN #11: SPECIALE E.T.

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