THE TOWN WITH NO NAME (DELTA 4 INTERACTIVE – 1992)

Salve a tutti, carissimi fan Bitellonici!!!
Sono sempre io, il vostro adorato Magnum CD-i, pronto a portarvi nei meandri più oscuri e malfamati del mondo videoludico.
L’altro giorno, in un momento di pausa dalla solita indagine notturna, stavo scorrendo il blog Bitellonico e davo un’occhiata alle recensioni scritte in passato, che hanno sicuramente deliziato i vostri raffinati palati. Con mia somma sorpresa, mi son reso conto di aver parlato di tante stranezze e oscurità, ma di non aver mai affrontato quel preciso argomento di cui vanno sempre molto fieri i miei colleghi redattori. Per farla breve: dov’è il brutto che diventa bello? Dov’è il trashume estremo, nonché obscuro? “Così non si può andare avanti”, mi son detto, e poi all’improvviso ho ricevuto l’illuminazione, come l’immortale Jake Blues.
Ispirato dall’anniversario dell’uscita di un certo sistema multimediale prodotto da Commodore (ringrazio il buon amico Igor per avermelo ricordato) e deliziato dai racconti del leggendario “Presidente del brutto” ™, mi è venuta l’idea perfetta per rimediare a questa mancanza.
Prima di cominciare, però, ci vuole un doveroso cenno storico sulla macchina che ospita (per sua sfortuna) il gioco di oggi: il Commodore CDTV.

Il primo vero sistema multimediale da salotto

Come ben saprete, tra la fine degli anni ottanta e la prima metà degli anni novanta si era fatta strada, nel mondo della tecnologia, la convinzione che una rivoluzione avrebbe presto preso piede nei nostri salotti. Il sogno prevedeva la presenza di un unico sistema multimediale, con funzioni di ogni tipo, da collegare al televisore. Tramite questo avremmo potuto giocare, ascoltare musica, guardare film, consultare materiale educativo, far divertire i più piccoli e così via; il modo perfetto per intrattenere l’intera famiglia.
”Un’unica macchina, infinite possibilità”, come recitava la pubblicità del Pioneer Laseractive (di cui prima o poi parleremo), in un’epoca in cui i computer erano ancora troppo primitivi per offrire queste possibilità. Il più famoso (e famigerato) sistema del periodo è proprio il mio adorato Philips CD-i, la prima macchina creata con questo tipo di scopo in mente. Come detto sopra, però, furono in diversi a tentare questa strada e tra loro troviamo Commodore, una casa storica che non ha alcun bisogno di presentazione.

Il CDTV con tutte le sue periferiche dedicate

Siamo nel Marzo del 1991, quando sugli scaffali dei negozi arriva il Commodore CDTV, una vera e propria macchina “multimediale”, la prima del suo genere ad arrivare al grande pubblico (il CD-i era relegato a macchina professionale dal 1988 e sarebbe uscito sul mercato solo nel Novembre 1991). All’interno di uno chassis nero e perfettamente in tono con un apparecchio da salotto, batte il cuore di un Amiga, con un 1MB di ram, un lettore cd che prevede l’uso del caddy e tutta una serie di porte standard e non, tra cui spiccano, per la prima volta nella storia della Commodore, delle porte midi di serie.

Quanta avveniristica eleganza!!!

Il sistema è avveniristico, versatile e costruito con componentistica di alta qualità, ma il suo essere una novità assoluta, peraltro discretamente costosa, rende difficile poterlo promuovere.
Tanti sono i problemi di marketing e di distribuzione, ma ne parleremo in uno speciale dedicato, sennò qui facciamo notte. Quello che serve sapere è che il miracolo della tecnologia del “compact disc” rende senza confini quello che prima era limitato, ma molti sviluppatori non sanno davvero come sfruttare il tutto, soprattutto per quanto riguarda i giochi. Alcuni riempiono lo spazio con tracce audio suonate direttamente da cd (come succederà su tanti titoli per Sega Mega CD, Pc Engine CD-ROM2 e così via), altri lo utilizzano per inserire grandi quantità di voci digitalizzate e filmati di ogni tipo.
E poi ci sono i ragazzi di Delta 4 Interactive, una software house inglese fondata nel 1984, con all’attivo alcuni titoli per Spectrum. I giovani sviluppatori decidono di realizzare l’impossibile creando non una, ma ben due avventure interattive in un solo anno. E’ il 1992, quando il mondo assiste all’arrivo di due capolavori. Anzi, di un capolavoro e mezzo.

La schermata di presentazione del (mezzo) capolavoro

Il primo dei due (il mezzo) è “Psycho Killer”, un’avventura “horror” in cui ci troveremo a vagare per boschi e stazioni dell’hinterland londinese, nel tentativo di fuggire dal più terribile e minaccioso (nonché innocuo), serial killer che la storia ricordi. Grandi potenzialità memiche, ma di fondo il tutto è un po’ noioso e ripetitivo, nonché di brevissima durata. Rimangono perle come la voce da soft porno del killer in questione, nonché frasi celebri, recitate con alto professionismo, come “Eat my Reeboks, freakface!”, pronunciata mentre appunto tiriamo una bella pedata (fintissima), contro il faccione del killer che ci aspetta sotto un piccolo ponte, oppure l’altrettanto valido “Oh sugar”, versione edulcorata di “Oh shit”. E pensare che l’intro ed i primi secondi sembrano seriamente interessanti, doppiaggio a parte, poi il tutto diventa uno slideshow con piccoli sprazzi divertenti, ma che vive di una comicità involontaria mista allo sbigottimento. Consigliato? Ovviamente si, tanto dura poco.  

Quanta ferocia, quanta paura!

Tutto questo però non è che un goloso antipasto alla portata principale, per cui state pronti.
Signore e signori…ecco a voi… “The Town with No Name” (le maiuscole son quelle).

La meravigliosa copertina della versione CDTV

Siamo nel selvaggio west, o almeno in una sua triste versione cartonata.
Da lontano arriva un treno, che si ferma talmente all’improvviso da lasciarci per un attimo senza parole. Da lì scende lui…il nostro “Uomo senza nome”, giunto nella “Città senza nome”. Vi giuro, lui si chiama davvero “The Man With No Name”, forse in omaggio al classico pistolero della trilogia del dollaro, e la città (anzi, le cinque o sei costruzioni perdute in un mare di nulla) è davvero chiamata “The Town with No Name”.

L’emulo dello zio Clint ci dà il benvenuto nella città senza nome!

Indovinate un po’, neanche il tempo di scendere che il nostro personaggio calpesta in malo modo un povero ragno (ebbene si), che si spiaccica sull’asse di legno con un’espressione particolarmente ebete, in un tripudio di sangue disegnato male.
Davanti a noi si presenta la piccola città, ma prima ancora di poterla esplorare ecco il primo Quicktime Event: un pistolero vuol farci la pelle. Il tempo di mirare col telecomando del CDTV (sempre se l’infrarosso si degna di darci retta) e il tipaccio è sistemato. Ecco che in quel momento entra in scena il “vero” Clint Eastwood, che ci avverte del pericolo; abbiamo ucciso il fratello di Evil Eb, leader della gang “Hole in the Head” (buco in testa) e lui sicuramente verrà a vendicarsi. Da qui inizia la nostra avventura in questa ridente e folle cittadina, che alterna momenti lynchani ad altri melbrooksiani. 

Tutta mia la città!!!

Graficamente come si può definire il gioco? Guardate sopra e vi farete un’idea.
Immaginate dei personaggi disegnati in stile cartoonesco con Paint, che si muovono in un mondo tridimensionale fatto con il 3D Construction Kit (o roba simile), senza texture né altro. Il risultato è talmente particolare da risultare quasi avveniristico, se avete occhio artistico. Oppure potete considerarlo semplicemente brutto, a scelta. C’è da dire che alcune animazioni risultano simpatiche, per cui non va disprezzato troppo in fondo. Ma che dico, DOVETE apprezzarlo!

Da qui nascono meme come “Retard Abraham Lincoln”

Sul fronte sonoro siamo ancora una volta davanti a qualcosa di inaspettato. Musiche dalla qualità e dal volume altalenante, ma perfettamente inserite nel contesto, si fondono ad effetti dalla resa (e mixaggio) particolarmente varia. Tutto questo è inoltre impreziosito da un doppiaggio di qualità clamorosa, con voci decisamente fuori tema applicate su personaggi ancora più improbabili, ovviamente non sincronizzate al labiale e dal volume totalmente sballato (per non parlare del mixaggio). Avevate dubbi? No, sono sicuro di no.

Il primo pistolero che uccideremo

The Town with No Name è un’avventura interattiva; ci muoveremo all’interno della città, selezionando liberamente alcune location che potremo visitare, in cui troveremo personaggi improbabili e situazioni che variano dal classico al mistico. Il tutto è ovviamente ristretto a pochi ambienti, ma le opzioni sono comunque più che sufficienti per un titolo dell’epoca.
Non possono ovviamente mancare  piccoli minigiochi di intermezzo, dai duelli ad attività più mondane come prendere una pinta di birra al volo.

Che emozione, che pathos!

Le citazioni si sprecano, dai classici spaghetti western a perle come “La Casa” di Sam Raimi (guardate la sequenza del game over e capirete). Alcune sono davvero singolari, ma aumentano la carica di follia e la sana voglia di cazzeggio che alberga dietro allo sviluppo di questo titolo.
Non voglio darvi alcun tipo di spoiler, ma sappiate che troverete davvero di tutto, compresa la possibilità di sparare a Clint (spoiler, non finirà bene).  

Scusi, dove l’ho già vista?

Il gioco non è particolarmente lungo, ma il fatto di non poter salvare, nonché di dover ricominciare dall’inizio ogni volta che moriamo, lo rende più longevo del previsto, ovviamente per i motivi sbagliati. Questo però non vi deve far arrendere. Ci sono tante assurdità da vivere, tanto che faccio davvero fatica a descrivervele nel complesso. Tra l’altro, nonostante sia un titolo indicato per un pubblico giovanissimo, mostra una discreta quantità di sangue, nonché la possibilità di poterci allietare con una signorina che alloggia sopra il saloon, con tanto di sguardo ammiccante del barista. Attenzione però, prima dovremo farci il bagno, altrimenti la gentil donzella sverrà appena ci toglieremo i vestiti. Da notare poi il meraviglioso finale alternativo, in cui ripartiremo a bordo del treno (non prima di aver rispiaccicato bene il ragno dell’introduzione). Prima di partire un bambino esclamerà “Come back Shane!” (torna presto Shane). Noi per tutta risposta gli spareremo esclamando “My name is not Shane, kid!” (ragazzo, il mio nome non è Shane). Il treno poi volerà nello spazio, dove comparirà la scritta “The End”. Ditemi voi se non è un capolavoro.
Non posso raccontarvi altro, dovete viverlo per conto vostro.

My name is not Shane, kid!

Quindi, tirando le somme, che cos’è “The Town with No Name?” E’ un gigantesco meme formato videogioco, qualcosa di incredibile ed inarrivabile, che ad oggi riesce ancora a lasciarmi sbalordito, ma con un divertito sorriso di compiacimento quando ci ripenso. Certo, direte voi, il budget sarà stato praticamente sull’orlo dell’amatorialità e non posso che concordare. Ma il genio non si valuta con un mero pezzo di carta con la faccia di Thomas Jefferson, il genio si esplora, si vive. E qui, cari miei amici Bitellonici, c’è indubbiamente qualcosa, un disegno, un progetto che attrae ancora, a trent’anni di distanza, i coraggiosi viandanti delle vie più oscure del retrogaming.   
Ah dimenticavo, se siete particolarmente coraggiosi, potete recuperare entrambe queste perle in versione Dos, dove (pare) siano peggio che su CDTV, oppure giocare ai due titoli su Amiga CD32, che è retrocompatibile col CDTV.

E’ tempo di tornare all’appostamento, il vostro Magnum per oggi passa e chiude. Non è vero, in realtà stasera mi aspetta una serata di popcorn e risate in compagnia di Monique. D’altronde la finale di Sanremo è qualcosa di inarrivabile, persino per gli standard di “The Town with No Name”.

A presto ragazzi, e che il trash sia con voi.

MAGNUM CD-i

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