L’ORRORE E’ NEGLI OCCHI DI CHI GUARDA

Saluti agropunk dal vostro Crusty Cage. Brivido, terrore e raccapriccio accompagnavano l’amato ladro cattivone in calzamaglia, che a ritmo di “Yuk Yuk” girava di notte per la città e seminava il panico parlando una lingua tutta sua, togliendo l’ultima lettera alle parole. In pratica il dialetto pesarese (nda: sono un romagnolo semplice. Mi piace molto la Rossini e a Pesaro ci vado sempre molto volentieri).

A so git a Gabicc me so ‘ncazed com un ric! Perchè?

Ciancio alle bande. Mese dell’orrore. Attendevo questo appuntamento per portare alla vostra attenzione un fenomeno che domina il nostro quotidiano ma a cui siamo soliti NON attribuire il giusto peso. Viviamo nell’era dell‘ ”informati!?!?11undici!” e siamo circondati da maestri di vita che ci erudiscono su tematiche semplici come sanità, politica ecc con tanto di laurea “cum laude” conferita dalla somma Università della strada oppure online sui social (CEPU scansati). Perché ricordatevi, ogni piano segreto di cospirazioni segrete si trova su internet a pagina uno di un qualsiasi motore di ricerca.

Veniamo al fenomeno. Il relativismo. Esistono verità assolute? Possiamo definire significati universali? L’orrore è un concetto puro e circoscritto? La risposta è… Moooosecaaa.

Ovviamente la risposta è NO. Tralasciando gli aspetti che non ci competono, caliamoci nel mondo retroludico e analizziamo il concetto di orrore. Partiamo dalla definizione che l’enciclopedia libera di internet attribuisce al genere Survivor Horror.

Il termine inglese survivor horror (letteralmente “horror di sopravvivenza”) definisce una categoria di videogiochi basati sulla sopravvivenza del personaggio calato in una atmosfera di pura suspence.

Bene. Dove sta il relativismo? Sta nel termine “personaggio”. Dal nostro punto di vista la convenzione vuole che a sopravvivere sia un essere umano o alieno in un contesto pieno di mostri, sangue, splatter, musiche tetre, trame drammatiche dai pesanti risvolti psicologici, scene anguste ecc. Ma è sempre il protagonista del gioco a subire l’orrore? E se esistesse un altro punto di vista? Se la paura, quella vera dico, fosse presente nel gioco anche quando la musica è quella della sagra della porchetta, l’ambientazione è tutta fluo e nulla fa presagire che qualcuno o qualcosa stia pompando adrenalina? Abbiamo intervistato per voi dei sopravvissuti per portarvi le loro testimonianze. Consigliamo di leggere quello che segue ascoltando la canzone proposta, proprio per capire appieno il concetto di relativismo ed empatizzare con chi ha il coraggio di raccontare la sua forte esperienza.

PALLINA VIOLA DI PUZZLE BOBBLE

Inizialmente è tutto buio. Siamo ammassati dentro un sacco alla sinistra di quei due sadici draghetti. Usciamo uno alla volta ad una velocità dipesa dall’abilità di chi presta la sua mano a tutto ciò. I tuoi simili colorati, magari anche amici o parenti, possono essere già là fuori o magari già ridotti a un cumulo di bit esplosi.

Man mano che passa il tempo la paura aumenta e improvvisamente arriva la luce. Quando esci dal sacco, tutta la tua vita ti passa davanti: tu che compari in un livello di Bubble Bobble, un draghetto sadico figlio di una draga ti imprigiona e ora sei qui. Lo so è una vita breve e priva di grandi emozioni, ma chi siete voi per giudicarla?

L’occhio della madre. La carrozzella con il bambino. Il montaggio analoggggico

Prima di finire su quel cannone a freccia direzionale, vedi negli occhi chi sta per sparare. A differenza di tanti altri titoli, qui spesso la mano è femminile, perché nelle salegiochi ci sono ben poche ma solide certezze. Una, è che i maschi hanno il marsupiofiga-mai” (cit.) e due, che le ragazze amano questi draghetti dispensatori di morte.

Arriva il tuo turno. Sali sul cannone, questo si muove, il cuore si ferma e quella musichetta pucciosa suona come un requiem. Da un certo punto di vista sai che almeno la resa dei conti è arrivata e, dopo qualche rimbalzo, sarà sopravvivenza o dolorosa esplosione. Sapete quale è la cosa peggiore? Che la fine giunge quando incontri quelli del tuo colore. Ci si tocca in un ultimo abbraccio e al giro di processore successivo torna il buio. Nel sacco, raccontavano pure che in certe combinazioni la tua fine crea un effetto “cascata” che rompe fragili equilibri e spedisce nel nulla un sacco di poveracci a cui nella vita avresti solo voluto che bene.

Nel mio caso, arrivai contro una pallina arancione e questo allungò la mia vita ma non diminuì la disperazione. Per fortuna il soffitto scese, la musica aumentò e io riuscii a salvarmi perché, come in ogni favola, esiste un lieto fine e noi riuscimmo a toccare quei bastardi e a salvarci la pelle.

Una battaglia vinta però non decide le sorti della guerra. Arriverà un altro ragazzo con il marsupio o qualche ragazza graziosa che inserirà il gettone e tutto ricomincerà.

UN FUNGO DI SUPER MARIO (NES)

Sono la signora Goomba, vedova di un Goomba che compare nel primo Super Mario Bros per NES. Ho la voce strozzata nel raccontare questa storia ma il mondo del retrogame deve sapere. Quando mio marito uscì di casa quel giorno litigammo furiosamente. Non volevo che andasse, ma lui mi raccontò che era stato pagato bene e che tutto sommato aveva ottime possibilità di cavarsela. Avevamo un mutuo sul fungo, il tubo per scendere a casa era rotto e la pianta carnivora era malata. Gli dissi che aspettavo dei piccoli goomba ma lui disse di non avere paura, che gli era stato garantito che sarebbe stata solo una comparsa e che la sera stessa avremmo festeggiato. Aggiunse che sarebbe stato lontano dai punti dove sarebbe potuta uscire la stella o dal fiore che spara palle di fuoco. Appena varcò la porta esplosi in un pianto disperato.

Stetti alla finestra tutta la sera. Non lo vidi tornare e ormai fuori era scuro. Quando sentii bussare alla porta mi fiondai ad aprire e vidi Lakitu a bordo della sua nuvoletta consegnarmi un telegramma che recitava:

Alla signora Goomba. STOP
Suo marito si è distinto per coraggio ma purtroppo è finito schiacciato dall’idraulico di nome Mario. STOP
Le più sentite condoglianze. STOP
Alleghiamo assegno. STOP
Bowser. STOP

Una foto di archivio del primo Goomba di Super Mario e la sua signora da fidanzati

Lo avevano messo come primo fungo del primo livello. Quello che pure i bambini con il moccio al naso riescono a schiacciare. Lontano da stelle e da fiori, certo, ma il primo. Il primo. Quello più facile, quello con cui fare training del gioco, quello che lo schiacci anche se non hai motivo per farlo. Il primo lo schiacciano sempre tutti, tranne gli speedrunner. È come sparare ad uno che caga!

Diedi alla luce 5 piccoli goomba che ricordarono loro padre e le sue gesta arruolandosi per Super Mario World per SNES. Ormai non avevo più le forze per fermarli. Il nostro destino era quello di finire schiacciati e quando non hai più nulla da perdere te ne fai una ragione.

UN COSO ROSA SALTELLANTE DI LIQUID KIDS

Tremo ancora ogni notte sognando quell’ornitorinco. Non riesco a stare in maglietta nemmeno in pieno agosto dai ricordi di quel freddo che mi strinse le membra e mi portò ad un passo dal regno dei cieli del retrogame.

Sono parole forti le mie, ma ancora oggi mi chiedo come possa una bolla di acqua congelare. Ma avete idea di cosa significhi arrivare alla ipotermia? La temperatura del tuo corpo scende, il polso cala e il corpo inizia a lasciarsi andare. Durante le fasi finali ho visto dei crostacei eseguire lo svestimento paradosso, ovvero quella pratica irrazionale per cui chi è in fase finale di ipotermia tende a svestirsi. Li ho visti nudi, senza guscio, come mamma li ha fatti , stretti in una morsa di ghiaccio e morte. In quei casi, i più fortunati venivano pestati da quella bestia immonda e terminavano le loro sofferenze.

Ma poi… perché un ornitorinco? Esiste forse un essere vivente più fuori di testa di un ornitorinco?? Un mammifero che depone le uova, con il becco, le zampe palmate, allatta dai pori della pelle ed è pure velonoso!! Già che ci siamo facciamogli anche sparare le palle di acqua che ghiacciano! Ah… indovinate dove vive nel vostro mondo questo essere? Una nazione a caso…

Dal giorne d’la Candlòra da l’inverno siamo fòra

CONCLUSIONI

L’abito non fa il monaco e la pucciosità e la musichetta allegra non sono sinonimo di felicità. Sappiate che in qualsiasi intrattenimento fatto di bit qualcuno soffre. Qualcuno trema. Qualcuno prova l’orrore. Ogni schermo dai colori sgargianti nasconde un angolo grigio. L’orrore è negli occhi di chi guarda.

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