PC / Switch – RETURN TO MONKEY ISLAND

Bentornato sul blog dei Bit-elloni!

Ogni tanto capita che, nel mondo dei videogiochi, accadano delle cose per le quali voglio appendere il Kimono del Maestro Segata Kénshiro al chiodo, scrivere un pezzo con il mio vero nome senza sovrastrutture narrative e senza pensarci troppo su.

Il momento è arrivato questo 19 settembre con l’uscita di Return To Monkey Island, il nuovo capitolo della leggendaria saga Lucas che, dopo 30 anni, ritrova il suo leggendario creatore Ron Gilbert dietro la sceneggiatura. Quindi, a ‘sto giro niente dojo, Pandavan e Zio Tom.

Oggi parla Alessio, quasi nel pieno delle sue facoltà mentali.

Prima di cominciare a scrivere due righe, voglio partire da un presupposto: per me i primi due Monkey Island dovrebbero essere dichiarati patrimonio dell’umanità e studiati nelle scuole di ogni ordine e grado durante l’ora di antologia. La scrittura dietro a questi giochi è brillante e bella tanto quanto le storie narrate da Pratchett o Adams, così piene di dialoghi e situazioni tanto memorabili quanto assurde e che non smettono mai di suscitare emozioni, nemmeno dopo un terzo, quarto o quinto replay.

Dai tempi del 486 del mio amico Enzo, dove incontrai per la prima volta Guybrush e soci con Le Chuck’s Revenge, avrò rigiocato i primi due giochi almeno una ventina di volte. Prima su Pc, poi su Amiga, poi di nuovo sul PC emulati con Scumm VM, poi le Special Edition su Xbox 360 e su computer, chiudendo con una sveltina pure su Mega CD, sono sempre tornato a fare un giro per queste strane isole dei Caraibi popolate da gente ancor più strana.

Quindi faccio parte di quella parte di fanbase vecchia, per non dire antica, che aspettava la venuta di questo titolo come il popolo ebraico aspetta il messia. Puoi immaginare la mia reazione non appena seppi dell’uscita di un nuovo capitolo scritto dal team originale.

Tranquillo, non sono uno di quelli con la mamma mignotta che si sono lamentati dopo 10 secondi di trailer e 4 immagini a caso ma ho fatto quello che faccio quando il mio personalissimo Hype Train parte come il Galaxy Express per portarmi a vedere l’universo.

Mi sono chiuso in una bolla di “non voglio sapere niente non vi sento lalalalalalalalala” fino all’uscita ufficiale, così da ignorare qualsiasi influenza esterna fino al giorno in cui avrei messo le mani in prima persona sul gioco.

Dopo nemmeno troppa attesa, il giorno è arrivato. Ho aperto Steam e fatto partire l’installazione. Nemmeno 10 minuti dopo mi trovavo già immerso nell’avventura e avvolto dalla confortevole sensazione di essere tornato a casa perché si, Return To Monkey Island fa questo effetto.

Il gioco ricomincia esattamente dal finale del secondo gioco e, fin dal primo momento, ti riporta al mood degli albori della serie, dove nulla è troppo assurdo per essere credibile.

Nei cinque capitoli che compongono il gioco ci ritroveremo a camminare su luoghi conosciuti e a rivivere un po’ il percorso del primo titolo: da Melee ad una nave in viaggio per Monkey Island e ritorno, per scoprire finalmente il Segreto dell’Isola delle Scimmie.

RTMI offre due modalità di gioco e mezzo. Come nella seconda incarnazione c’è la modalità facile e quella difficile, più improntate rispettivamente sulla trama e sugli enigmi. Inoltre, è possibile attivate la Writer’s Cut che ha una buona fetta di dialoghi in più.

Per godermi l’esperienza al meglio sono andato subito in difficile e, nonostante la dicitura, ho trovato gli enigmi piacevoli e mai troppo complicati, complice anche la possibilità di evidenziare tutti i punti di interesse di una schermata premendo TAB.

A livello visivo l’ho trovato assolutamente piacevole. La grafica sembra quello di un libro illustrato o di una fiaba per bambini e, una volta superato il Capitolo 0, si capisce benissimo perché è pienamente in tema, anche se distantissima dal passato della serie.

Avete capito, testine di cazzo e araldi del Gatekeeping che flammavate per una pic su Twitter? La prossima volta, prima di fare le turbopiangine aspettate di giocarci, che ne so, 5 minuti.

Ché poi, alla fine della fiera, il gioco è proprio dedicato a voi. Tutta la ricerca non è nient’altro che una disamina sul tempo che passa e sul legame che abbiamo con un passato che è tale per tutti tranne che per te.

Senza voler fare spoiler, tutto il titolo è permeato da questa duplice sensazione che da un lato ti porta a tifare ancora una volta per Peepwood e a giustificarlo per la tonnellata di casini che crea a sé stesso e alle persone che gli stanno attorno e dall’altro ti fa venire voglia di prenderlo a ceffoni perché sembra davvero l’unico al mondo a cui importi ancora qualcosa di quella vecchia storia.

Tutti i personaggi sono andati avanti con le loro vite: Elaine, Carla, Stan…persino il buon vecchio Otis. Tutti tranne il protagonista e il suo antagonista.

Guybrush e Le Chuck siamo noi quando ci guardiamo indietro e diciamo che si stava meglio quando si stava peggio, perché il passato è caldo e confortevole come la coperta di Linus mentre il futuro non lo è nemmeno per il cazzo.

Una volta finito il gioco mi sono ritrovato con il sorriso da ebete stampato sulla faccia di chi ha completato un percorso lungo una vita e con un gusto agrodolce in bocca, perché se è bello chiudere un qualsiasi percorso dopo trent’anni di attesa, è altrettanto normale chiedersi se fosse davvero così necessario farlo, e non perché non ne valesse la pena.

Nella vita, quando finisce un qualcosa di importante, ci si ritrova sempre con una sensazione di vuoto, con quel “E adesso?” che ti rimbomba sordo in testa e Return To Monkey Island ce lo ricorda benissimo, nonostante quell’aura meravigliosamente cazzona che si porta dietro.

RTMI parla di ossessioni e del saper lasciar andare via le cose e te lo racconta attraverso la voce e le azioni del suo protagonista.

Grazie per il viaggio Guybrush, dopo così tanto tempo mi hai insegnato ancora qualcosa.

Alessio

PS: Alla fine, il segreto lo svelano davvero.


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