Bubble Bobble (1986)

DouBubble Dragon (di Bionic Cummenda)

PrinciPesche vittime dell’amore non corrisposto, tossico e micotico di un Drago Tartaruga. Il suo omonimo Premier e la sua ossessione machiavellica per il Gettone Unico, whatever it takes. Proibitive tane di sputafuoco che ospitano in custodia cautelare scosciatissime ereditiere che farebbero morire di libidine, inedia, ustioni o chissà quale altra micidiale Fatality in FMV l’indeciso cavaliere spilungone di turno e aspirante de cuius. Altri cavalieri infallibili con l’oroscopo e disposti a combattere nudi e ciechi contro il Cancro sulla bocca di Ade, per mostrare poi il loro Drago Nascente al fiorellino lunatico. Mascelloni pugili sovietici che collettivizzano sudore e anabolizzanti con la Compagna Ludmilla, così tanta roba da fa ballare l’occhio sulla Perestrojka. L’allegoria dell’attrazione interspecie spesso unilaterale tra il boss finale per eccellenza, il Drago, e la bella di turno è il tema ricorrente del retrogaming da bere, ma anche di tanti altri format che i più svelti di voi avranno riconosciuto nella casistica di cui sopra. Ma se pensate che la conquista della mandrilla sia inevitabilmente un’esperienza dal grado di sfida troppo altro per il Grande Dragone presente all’appello abbiamo una parola di profondo ottimismo per voi: Negativo!
Come succede per i già citati Sirio, Super Mario (il Tecnico, non il termoidraulico) e Tovarish Ivan a volte il Drago acchiappa anche senza dover ricorrere a rimedi coatti tipici dei Latini con le non troppo accondiscendenti Sabine. Capita così che il protagonista, o meglio i protagonisti, debbano vestire i panni dei draghi più o meno volontariamente per affrontare il non troppo sobrio boss finale e liberare le girlfriends, o una sola GF nella peggiore delle ipotesi rovinando così amicizie e parentele come nel caso dei due fratelli Karamazov Billy e Jimmy. Niente kung fu quindi, ma neanche flambé o palle di fuoco da 20d6. I veri draghi combattono sputando mille bolle blu di disprezzo per scrivere la leggenda dei videogiochi in Bubble Bobble!


Sigla!



Trama

Andiamo a derapare in Rainbow Road?

I bros. Bubby e Bobby sono due animali proletari finiti male dopo le loro precedenti esperienze corporate. Il primo è un ex venditore di gamberetti e surimi plasticatissimi, mentre il secondo conduceva un programma sui pettorali espansi che andava in onda in seconda serata dopo Colpo Grosso per tenere alto il testosterone degli spettatori, con ogni mezzo necessario (cit. Presidente Bowser). Dopo un’overdose di Vietcong, Dianabol e Wisterol i due decisero di mettere la testa a posto e cercare la fortuna inseguendo ricchi leprecauni nella periferia degli arcobaleni. Sicuramente rimasero povery ma trovarono del sentimento tra le braccia delle due sorelle Betty e Patty, una ex modella vintage burlesque con autostima non pervenuta e una ultrà della pluripremiata squadra giapponese di juniores con in bacheca 9X coppe intercontinentali vinte tra una tesina di terza media e la ricreazione del liceo. Ma questo matrimonio foursome interparentale a base di canocchie, metadone, guêpière e DASPO non s’ha da fare.

Hurry Up! Rapido, animale!

Lo spettrale Baron Von Blubba, uno spietato mascellone fantasma con un pessimo senso dell’umorismo, ha sgunzagliato il suo avvinazzatissimo mago di corte Super Drunk per rapire le due squinzie e castigare i fratelli trasformandoli in piccoli draghi cromatici. E quindi si va a comandare nello scantinato dei mostri a vampate di Flame Thrower? Ma quale Dracarys o Toasty, testa! Qui al massimo potete permettervi il Crystal Ball!



Gameplay 10

Bimbi, questo è IL PLATFORM

Se oggi nel 199X le sale giochi sono piene di Hi Score Girls lo dobbiamo a un solo uomo: “MTJ” Fukio Mitsuji. Trentasei anni fa gli uffici della Taito splendevano della luce riflessa del successo ormai lontano anni luce di Space Invaders e nessuno riusciva ad accorgersi di una grave lacuna del mondo videoludico. Salendo in plancia e sondando la situa il Fukio notò immediatamente un vuoto incolmabile dando vita alla domanda esistenziale per eccellenza, entrata poi nella storia della Formula Uno come vedremo poi nella sezione Game Over: “Un po’ di figa qua?!”. L’arcade era un affare prevalentemente maschio, e la cosa non piaceva né ai maschi né agli sviluppatori desiderosi di sedurre le rare giocatrici che se la tiravano più di Scorpion quando tenta di approcciare Mileena con la prolunga. Serviva un cabinato che sdoganasse il multiplayer di coppia, ma soprattutto un gioco divertente e coloratissimo che facesse impazzire le cotonatissime cheerleaders mentre cercavano di farsi approcciare dal piccolo grande mago dei videogame di turno. E a riscrivere la scala gerarchica del maschio alfa, sostituendo il quarterback con il capolista della classifica dei record celato dietro un acronimo di tre lettere fu proprio un esperto dei tris alfabetici punteggiati, MTJ appunto.

Ocio ai fondamentali!

Bubble Bobble unisce infatti due grandi esperienze di gioco che verranno poi scopiazzate da millemila altri titoli, una quantità così esagerata da fare impazzire il contatore sulla scala a tre zeri dell’Ing. Cane. Il platform d’azione se la fa di brutto con il puzzle game più irresistibile e sapiosessuale, per creare un gameplay fino a quel momento soltanto abbozzato e consacrato dallo Shogun Mitsuji-kuni Mito.
Nei panni dei due draghetti dovrete castigare a colpi di sciampagneria una serie di otto mostriciattoli che si alterneranno presenti all’appello nei cento stages a schermata fissa che vi separano dal boss finale Super Drunk. Potrete intrappolarli nelle vostre bollicine millesimate per poi farli esplodere come il boccione sciabolato di Moët in stile Alboreto Is nothing. Fate ballare l’occhio sul tic perché se non sarete sufficientemente rapidi col perlage, finito l’orario d’ufficio arriverà il Barone Von Blubba a minacciarvi con straordinari non pagati e licenziamenti senza giusta causa, e le vostre rimostranze sindacali scoppieranno come una bolla di sapone del progetto Mayhem.

Incubo alla balena


Grafica 9 e sonoro 9

Amore tra le bolle dello schiuma party

Trovare un game design più iconico e citazionista di quello in onda sul grande schermo catodico di Taito è un impresa di livello very hard. Dai due lucertoli verde blu con le loro bolle piene di acqua, sapone, saette fino alle attesissime fiamme così calienti da incenerire i mostri e trasformarli in una cascata di diamanti. E i carati pesano come un valzer tra Honda e Yokozuna anche sul fronte nemico, gli Hateful Nine saranno pochi ma sono più ostici e memorabili di una squadra di calcetto composta dai Robot Masters di Serie A del Dr. Wily.

Nove sotto un Taito

Si parte con Bubble Buster, una scatoletta ambulante caricata a molla che sembra uscita proprio da uno stage random di Mega Man, poi arrivano Stoner e Beluga, rispettivamente un maghetto appassionato di rock distorto che spara dalla sua bacchetta le rolling stones in concerto con una balena viola che cercherà di farvi fare la fine di Pinocchio raccogliendo più voti del Pentapartito. Non manca poi l’omaggio al grande fautore del successo di Taito. Super Socket è una presa elettrica dalla fin troppo riconoscibile forma aliena che si muove orizzontalmente sparando in un’unica direzione, sarà un caso che in jap si chiami Invader?

Etilometro arcano

Ma il più letale di tutti che vi fa chiudere per lutti (cit., grazie Magic) è il FantaBarone Von Blubba, che vi perseguiterà infestando la schermata di gioco tutte le volte che non riuscirete a capire il teorema “Hurry Up!”. Fatevi andare bene il solo boss finale, “Super Drunk” Grumple Grommit, con le sue guanciotte arrossate da una sbornia di improbabili pozioni agitate non mescolate con assenzio e bitterino, così come dovrete accontentarvi di una sola one hit wonder per la colonna sonora, ma perché rovinarsi l’udito con dei filleroni quando hai sul mangianastri il singolo che suona come l’inno internazionale del retrogaming?



Longevità 10

“Se mi chiedete un altro seguito libero gli unicorni laser”

Cento livelli, per me, posson bastare. E lo diceva anche MTJ, che non avrebbe voluto altri seguiti concentrandosi piuttosto sul futuro dei due protagonisti, tornati umani e non più celibi dopo l’happy ending nel segno di valori importanti come il Love e la Friendship colorata dagli arcobaleni di Shang Tsung e del successore di Bubble Bobble: Rainbow Islands. Ma la Taito voleva i seguiti a tutti i costi, al punto da ribattezzare le isole arcobaleno con un inappropriatissimo “The Story Of Bubble Bobble 2” e fregandosene bellamente della corsa all’originalità del suo creatore. Arrivarono poi i seguiti veri, o per meglio dire i cloni sia dello stesso franchise che di altri, ma il nome di MTJ non c’era più. Era rimasto scolpito sullo sfondo del livello 92, e scommettiamo qualche diamante bonus che in molti lo avranno letto arrivati vicini alla fine perché incapaci di staccarsi da questa leggenda.

Grandi firme



Reperibilità \ come cacchio ci gioco?

Draconomicon

La sfida qui è trovare qualche console o home computer che non abbia ospitato Bubble Bobble o una delle sue versioni tarocche. Certo manca il 3DO ma lì si acchiappava di brutto già con Puzzle Bobble, il vero chic magnet dei ninetees che però doveva tutto allo Zanza Bobble, bitellone vero e apripista del tag team multiplay-her nel decennio precedente.

Concludendo

MTJ va a comandare sul camper di Stranamore

Se oggi potete bersagliare con un Dragunov la testa del terrorcoso di turno su Rainbow Six o Counterstrike in team con la vostra inseparabile Sniper Wolf o sfidare la vostra Akira in una interminabile guerra fredda tra Guile e Zangief lo dovete a MTJ e alle sue Bollicine, che hanno permesso a tutti voi single player di trovarvi una new challenger manco vi trovaste all’omonimo locale riccionese pieno di doppisensi come la canzone del Blasco. E ora come promesso riproponiamo l’ingresso di MTJ nel box Taito con la fatidica domanda che tutto il retrogaming stava aspettando, e non a caso sullo sfondo sventola il logo della Chupa Chups, palese ispirazione per lo stendardo di Bubble Bobble.

Citazione:

“Nel corso della vita, si può realizzare solo un numero limitato di cose. Perciò preferisco essere colui che pianta gli alberi, invece che l’albero stesso” (MTJ ci ricorda che AlbEreto is nothing.)


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